Chirurgia del gomito
Dalla diagnosi alla riabilitazione, un unico punto di riferimento per tutte le patologie del gomito.
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Cos’è la chirurgia del gomito?
La chirurgia del gomito rappresenta un ambito superspecialistico dell’ortopedia, che richiede una profonda conoscenza dell’anatomia funzionale, della biomeccanica articolare e dei tempi biologici di guarigione dei tessuti. Non si limita al trattamento delle fratture o alla correzione delle deformità, ma mira a ristabilire stabilità, mobilità e funzione attraverso procedure mirate, rispettose delle strutture capsulo-legamentose, tendinee e ossee.
L’obiettivo del trattamento è ripristinare un gomito mobile e funzionale, capace di permettere tutte le attività della vita quotidiana, preservandone la stabilità e garantendo un recupero privo di dolore. Un corretto equilibrio tra mobilità, stabilità e protezione dei tessuti è ciò che consente di ottenere risultati efficaci e duraturi. È fondamentale adottare un approccio accurato sin dalle prime fasi della diagnosi e della pianificazione terapeutica, perché scelte non corrette nelle fasi iniziali possono generare complicanze che prolungano significativamente il percorso di guarigione e compromettono il risultato finale.
Il gomito è, infatti, un’articolazione estremamente sensibile ai tempi e alle modalità del trattamento:
- un’immobilizzazione eccessiva può determinare rigidità importanti e difficili da recuperare;
- una mobilizzazione non correttamente guidata può compromettere la guarigione delle strutture riparate: è quindi essenziale che il percorso riabilitativo segua fasi progressive ben strutturate, in grado di proteggere i tessuti e favorire un recupero ottimale;
- un riconoscimento accurato, fin dalla diagnosi, degli stabilizzatori coinvolti è fondamentale per eseguire una riparazione efficace, in grado di garantire la necessaria stabilità e permettere una mobilizzazione precoce in sicurezza.
L’approccio chirurgico appropriato richiede dunque un bilanciamento preciso tra stabilizzazione e recupero funzionale precoce, supportato da un programma riabilitativo personalizzato che accompagni il paziente in ogni fase della guarigione.
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Una valutazione specialistica consente di definire il percorso terapeutico più appropriato in base alla tua situazione clinica.
Patologie trattate
Dott. Sebastien Prigent
CHIRURGO ORTOPEDICO E TRAUMATOLOGO, SPECIALISTA DI GOMITO E SPALLA
Dopo la laurea e la specializzazione con lode alla Sapienza di Roma, il dottor Prigent ha maturato un’ampia esperienza clinico-chirurgica nella gestione delle patologie traumatiche e degenerative del gomito e della spalla, con particolare interesse per le fratture complesse, le instabilità articolari e le protesi.
Svolge attività chirurgica presso il Policlinico Casilino, la Casa di Cura Villa Stuart e la Clinica Arsbiomedica di Roma, utilizzando tecniche mini-invasive e percorsi di riabilitazione strutturati per un recupero funzionale rapido e sicuro.
È autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali, relatore a congressi in Italia e all’estero e membro della Società Italiana di Chirurgia di Spalla e Gomito (SICSeG).
Principali tecniche chirurgiche
Chirurgia tissue-sparing: proteggere i tessuti per favorire la guarigione
Nella chirurgia del gomito l’obiettivo è sempre quello di ridurre al minimo il trauma chirurgico. Quando le condizioni lo consentono, il chirurgo utilizza l’incisione cutanea più piccola possibile e, nei casi indicati, può ricorrere anche a tecniche mini-invasive come l’artroscopia del gomito, che permette di operare attraverso portali millimetrici.
Tuttavia, la reale mini-invasività non si misura dalla lunghezza dell’incisione, ma dalla qualità con cui vengono gestiti i tessuti durante tutta la procedura: il rispetto delle strutture muscolari, capsulari, legamentose e ossee, la preservazione dei piani anatomici e dell’apporto vascolare, e la scelta dell’accesso più adeguato in base alla patologia e agli stabilizzatori coinvolti.
Gli accessi chirurgici e le tecniche utilizzate sono studiati con l’obiettivo di:
- limitare la dissezione dei tessuti molli, preservando l’integrità di muscoli, capsula e legamenti;
- mantenere il miglior apporto vascolare possibile all’osso, condizione essenziale per ridurre il rischio di ritardi di consolidazione o pseudoartrosi;
- contenere il rischio di ossificazioni eterotopiche, una complicanza relativamente frequente nel gomito che può ridurre in modo significativo l’arco di movimento;
- consentire una mobilizzazione precoce controllata, nel rispetto dei tempi biologici, per prevenire rigidità e ottimizzare il recupero funzionale.
Questo approccio tissue-sparing trova particolare rilevanza nel gomito perché:
- è un’articolazione che tende rapidamente a irrigidirsi dopo trauma o intervento;
- è sensibile alla formazione di cicatrici interne e ossificazioni post-operatorie;
- anche una minima perdita di movimento può tradursi in limitazioni concrete nelle attività quotidiane come alimentarsi, vestirsi o portare la mano al volto.
Chirurgia protesica del gomito: quando ricostruire non basta
In alcune condizioni — come fratture non ricostruibili, artrosi avanzata, instabilità croniche, esiti post-traumatici complessi o artriti infiammatorie — le tecniche di ricostruzione biologica non sono in grado di garantire una stabilità e una funzione soddisfacenti. In questi casi la chirurgia protesica rappresenta una soluzione efficace, con l’obiettivo di ridurre il dolore, ripristinare la mobilità e ristabilire una stabilità articolare duratura.
Negli ultimi anni le protesi del gomito hanno trovato indicazioni cliniche più ampie rispetto al passato. Questo cambiamento è sostenuto sia dai risultati positivi riportati in letteratura, sia dall’esperienza clinica quotidiana, che mostra come un impianto selezionato e utilizzato correttamente possa offrire esiti funzionali molto soddisfacenti, adattandosi a pazienti con esigenze differenti per età e livello di attività.
La scelta dell’impianto — che può prevedere soluzioni totali o parziali, in base alla qualità dell’osso, alla stabilità residua e alle caratteristiche della patologia — richiede una valutazione accurata delle componenti ossee e capsulo-legamentose. Un impianto ben posizionato consente di ricreare la congruenza articolare e restituire al gomito una stabilità difficilmente ottenibile con altre tecniche.
Nella chirurgia protesica del gomito la mobilizzazione precoce è sempre incoraggiata, poiché favorisce il recupero della funzione e riduce il rischio di rigidità. L’avvio dei movimenti dipende tuttavia dalle condizioni dei tessuti molli e della cute, che devono essere rispettati nella fase post-operatoria iniziale. I reali limiti riguardano soprattutto il carico e il tipo di attività consentita, che variano in base al modello di impianto.
L’obiettivo della chirurgia protesica del gomito è ottenere un risultato stabile, funzionale e duraturo, attraverso una scelta accurata dell’impianto, una tecnica rispettosa dei tessuti e una riabilitazione adeguata alle caratteristiche della protesi e del paziente.
Artroscopia del gomito
L’artroscopia del gomito rappresenta uno degli approcci terapeutici disponibili nel trattamento di alcune patologie articolari selezionate. Si tratta di una tecnica mini-invasiva che consente di operare all’interno dell’articolazione attraverso accessi di pochi millimetri, riducendo il trauma sui tessuti molli e favorendo un recupero funzionale più rapido.
L’indicazione all’artroscopia viene posta solo in presenza di condizioni specifiche, come rigidità selezionate, conflitti articolari, lesioni cartilaginee, corpi mobili o alcune patologie sinoviali. Non tutte le problematiche del gomito sono trattabili con questo approccio, ed è fondamentale una valutazione accurata per stabilire se la procedura possa offrire un reale beneficio.
Quando correttamente indicata ed eseguita da mani esperte, l’artroscopia del gomito permette di trattare la patologia in modo efficace, preservando le strutture anatomiche e integrandosi in un percorso terapeutico più ampio, che può includere anche trattamenti a cielo aperto o altre strategie chirurgiche in base alla complessità del caso.
Gestione delle complicanze: prevenzione, diagnosi precoce e trattamento mirato
Nonostante un approccio chirurgico accurato e rispettoso dei tessuti, il gomito rimane un’articolazione particolarmente predisposta a sviluppare complicanze. La sua complessità anatomica e biomeccanica rende infatti fondamentale non solo il trattamento iniziale, ma anche la prevenzione, il monitoraggio clinico e, quando necessario, una gestione strutturata e tempestiva delle problematiche che possono emergere nel tempo.
Riconoscere precocemente una complicanza e intervenire con il trattamento appropriato è spesso determinante per il risultato funzionale a lungo termine.
La rigidità articolare è tra le complicanze più frequenti del gomito e può interessare sia la flesso–estensione sia la prono–supinazione. Le sue cause possono essere:
- Estrinseche, legate a fattori che limitano il movimento dall’esterno dell’articolazione:
retrazione cicatriziale, ossificazioni eterotopiche, impingement da mezzi di sintesi o da tessuti molli ispessiti. - Intrinseche, dovute a problematiche interne all’articolazione:
sublussazioni o incongruenze articolari, artrosi avanzata, malunion di precedenti fratture.
La scelta del trattamento viene personalizzata in base alla causa e all’entità della limitazione funzionale: in alcuni casi è possibile ottenere un miglioramento con un percorso riabilitativo mirato, mentre in presenza di blocchi meccanici o incongruenze articolari può essere indicato fin da subito un trattamento chirurgico. Quando necessario, un’artrolisi (release) — eseguibile con tecnica aperta o artroscopica — permette di liberare le strutture responsabili della perdita di mobilità.
L’instabilità cronica è un’altra complicanza rilevante, poiché compromette la capacità del gomito di guidare correttamente il movimento e sostenere i carichi. Può derivare da esiti traumatici, da insufficienza capsulo-legamentosa non riconosciuta o da una guarigione non adeguata delle strutture stabilizzatrici. Il trattamento richiede un’analisi approfondita degli stabilizzatori primari e secondari e può includere procedure di riparazione o ricostruzione legamentosa, talvolta associate a osteosintesi o soluzioni protesiche nei casi più complessi.
La neuropatia del nervo ulnare può manifestarsi con formicolii, alterazioni della sensibilità o riduzione della forza nella mano. Nei casi lievi è possibile adottare un trattamento conservativo e un monitoraggio clinico. Quando i sintomi persistono o peggiorano, si ricorre alla decompressione del nervo e, se necessario, alla sua trasposizione in una sede più protetta.
Le pseudoartrosi e i fallimenti di precedenti osteosintesi richiedono una nuova pianificazione terapeutica, che può includere la revisione della sintesi, l’utilizzo di innesti ossei o, nelle situazioni più complesse, il ricorso a una protesi di gomito.
La chirurgia del gomito, dunque, non è mai un singolo gesto tecnico, ma un percorso composto da diagnosi accurata, scelta della strategia chirurgica più adeguata, protezione dei tessuti e riabilitazione guidata nel rispetto dei tempi biologici.
È questo approccio globale che permette di ridurre il rischio di complicanze e di ottenere un recupero funzionale solido e duraturo in un’articolazione tanto complessa quanto fondamentale nella vita quotidiana.